“Sinapsi” (Indiana editore 2012), Matteo Galiazzo

Caro Matteo,
come ti avevo scritto via mail ho comprato tre giorni orsono il tuo nuovo libro Sinapsi-opere postume di uno scrittore ancora in vita e ora ti scrivo cosa ne penso mentre ancora lo sto leggendo.
Posso già scrivere cosa ne penso perché come sai ho sempre letto i tuoi libri fin dal tuo bel libro di racconti Una particolare forma di anestesia chiamata morte e ancora oggi credo, come parecchi altri lettori, che il tuo Cargo sia uno dei libri più importanti della letteratura italiana degli ultimi vent’anni, importante perché fa parte di quei libri che osano, falliscono la letteratura “corrente” e per questo ne divengono secondo me nuovo indirizzo e vita. A dire il vero avevo anche deciso di non comprare altri tuoi libri dopo Il mondo è posteggiato in discesa perché quel libro mi aveva parecchio deluso per tante ragioni che è inutile dire qui.
Ma parliamo di Sinapsi e dei motivi che mi hanno spinto a prenderlo e ora addirittura a scriverne.
Nuovo libro ovviamente è una definizione che riguarda solo l’oggetto in questione perché il contenuto è formato da tanti racconti che tu hai scritto prima di smettere di scrivere nel 2003, Robavecchia insomma, come hai dichiarato che avresti voluto si chiamasse questo libro. Ma da quel che mi ricordo sei sempre stato un ayatollah da divano riguardo i tuoi scritti (cosa in cui siamo molto diversi), forse perché dopo che avevi scritto scivolavi sempre verso qualche idea che gemmava spontaneamente dalle precedenti, ti affascinavi e il tuo senso dello scrivere forse era rivolto solo a quella nuova idea e ai tentativi di portarla avanti mentre ciò che era stato scritto diventava per te carne morta, digerita, trasformata in grasso, che non aveva senso difendere sprecando le poche energie che ritenevi di avere per scrivere nuove idee. E anche perché il grasso si difende da solo.
Mi pare che una volta, tanti anni fa, forse attorno al 2000 al telefono, tu mi abbia detto che eri rimasto sorpreso, o forse più perplesso, dal fatto che tante idee di scrittura che avevi e ritenevi originalissime poi scoprivi che erano già state sfruttate e quindi se non erano poi così originali che senso aveva continuare a scrivere per scoprire che tutto era stato scritto? O perlomeno io mi ricordo così, se tu ricordi altro o hai detto altro o non ho capito ben mi spiace, non so. Boh.
Io ti avevo risposto in base alle mie incrollabili e incrollate convinzioni e a quello che stavo scrivendo che non era importante cosa si scriveva ma come si scriveva, non solo perché tutto era stato forse già scritto ma perché, a guardare bene, la condizione umana fa si che l’uomo possa scrivere sempre e solo di tre cose che costituiscono il confine del suo universo vitale e letterario: dell’uomo, dell’universo e di Dio, fuori da questa triade, per l’uomo non c’è nulla. Poi non ci siamo sentiti per anni credo.
Ma torniamo a Sinapsi.
Come ti ho di recente scritto l’idea degli scritti postumi non è nuova in letteratura, ciò non toglie che anch’io l’abbia usata e la trovo sempre molto interessante, anche perché è una di quelle poche idee letterarie che serve agli scrittori tanto quanto ai lettori, perché inserisce un altro livello dello spaziotempo in una cosa come la letteratura che già per sua natura mi sembra sempre più uno spazio di Calabi-Yau ogni giorno che passa. Tu poi sei adattissimo, come scrittore, a percorrerla, perché la tua scrittura mi ha sempre dato l’idea eccitante di stare sull’orizzonte degli eventi di un buco nero o come di recente citavo, nella cabina dell’astronave a improbabilità infinita della guida galattica (quella del film però, che mi piace di più ed è più potente).
Mi ricordo che quando stavo leggendo Cargo pensavo spesso a come era possibile che la gente non si fiondasse a branchi in libreria per regalarlo a tutti gli amici invece che regalare  Bruno Vespa o l’ultimo libro sullo zen. Ma probabilmente questi pensieri erano dovuti più alle droghe che assumevo che non alla percezione della realtà editoriale del momento, che pensa un po’, ora che non assumo più tutte quelle droghe è persino peggio di quella di allora.
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Le maniglie della memoria in una novella di Stefan Zweig

di Stefano Gulizia

Conoscevo una anziana signorina che abitava in due stanze riccamente ammobiliate al secondo piano di una palazzina liberty sul lato destro della Cinquantasettesima strada a Manhattan, non lontano dalla Carnegie Hall. Per vivere faceva l’affittacamere; un suo fratello minore, grassoccio e assai più giovane di lei, portava a passeggio i cani dei vicini per una modica somma. Le piaceva dire il suo nome—spesso lo ripeteva senza un motivo—e aveva una faccia grande e ossuta. (Qui la chiamerò, per riguardo, Helene V.) Ogni volta aggiungeva di essere di buona famiglia, suo padre era stato direttore d’orchestra. Al fratello lei affidava i lavori più pesanti: lo vidi una volta pulire inginocchiato sul pavimento. Dello stato del suo parquet, tirato così a lucido che ci si poteva specchiare, Helene V. non era meno orgogliosa che del suo nome. Spesso il fratello, facendosi strada nella sequela degli ordini impartiti dal divano con monotono e furtivo contralto, sembrava infischiarsene di lei, ma che stesse placidamente seduto in cucina davanti a un piatto di fegato con Rösti (entrambi mangiavano soli) oppure affaccendato con un fascio di guinzagli, faceva tutto quello che la sorella gli imponeva senza mai contraddirla né obiettare nulla. Pare che lei usasse scrivere sul balcone che dava sul viavai della strada. Sapeva pronunciare con enfasi il nome di musicisti e scrittori, ma quanto alla politica dipendeva esclusivamente dagli uomini: il portinaio raggrinzito e il suo sfuggente fratello. Mi accennò una volta a una biografia di Freud, comprata con tanto di dedica, da cui purtroppo non aveva cavato nulla. Era un peccato, insisteva, che io non l’avessi conosciuta quando era più giovane, la testa allora le funzionava meglio. Leggi l’articolo completo

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Lo specchio di Lichtenberg

di Giuseppe Savarino

«E’ molto raccomandabile il metodo di prendere appunti in un libretto. Non bisogna disperdere nessuna frase e nessuna espressione. La ricchezza si acquista anche con il risparmio delle verità da due soldi» (Lichtenberg, Lo scandaglio dell’anima, F 1219, pag. 399).

Il gobbo di Gottinga, Georg Christoph Lichtenberg (1742-1799), mezzo scienziato e mezzo letterato, non compare quasi mai nei libri di filosofia, mentre in quelli di scienza a volte è citato per le (famose) “figure” causate da scariche elettriche su materiale isolante. Gobbo sì ma particolarmente brillante e attivo intellettualmente e fisicamente, anche con le donne (a giudicare da diversi episodi che emergono dai suoi scritti). Il suo valore letterario è indubbio: chiunque lo legge, anche oggi, ne rimane affascinato.

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I classici che fingiamo di aver letto, la nostra top ten (2. I primi dati)

Come annunciato, dopo aver iniziato la nostra indagine su I classici che fingiamo di aver letto, siamo pronti a fornire i primi risultati.
Come ricordato lo scopo di comporre una top ten non è quello di fare un sondaggio scientifico o stabilire statistiche chiare ma, più modestamente, di cercare di mostrare attraverso le vostre segnalazioni cosa pensiamo come lettori dei classici e in definitiva come la comunità dei lettori tutta recepisce il concetto di classico. Questo vuol dire semplicemente porsi delle domande, dove il verbo “fingiamo” serve a dare non l’idea collettiva che noi fingiamo di aver letto dei libri che non abbiamo letto ma piuttosto a segnalare che l’intera comunità dei lettori (professionali e non) forse si è adagiata su un canone condiviso di classici che dovrebbe essere aggiornato se è vero, come sembra, che alcuni di essi sono praticamente ignorati dai lettori che li conoscono solo per il titolo.
Ogni lettore è giustamente portato a fare il proprio percorso e deve essere libero di farlo, ma la comunità dei lettori intera ha invece l’obbligo di capire cosa sta trasmettendo alle future generazioni di lettori, se ciò che trasmette è realmente percepito o è solo una convenzione che è necessario aggiornare con un nuovo sguardo.
Avremo tempo di fare alcune considerazioni a mio avviso interessanti dopo avervi mostrato i risultati delle vostre segnalazioni.
Come detto sono stati assunti alcuni criteri per comporre la classifica che ora vedrete e su cui potrete dire la vostra o aggiornare le segnalazioni. I libri, a parte i primi dieci, sono molti di più, da questo post potete tornare a segnalare i vostri classici non letti nei commenti, ma prima di aggiungerne di nuovi pregherei tutti di guardare l’intera lista qui pubblicata e attingere prima ai titoli qui segnalati, questo perché le vostre segnalazioni le abbiamo usate anche come barometro per capire cosa le persone intendono per classico e fare una prima scrematura di una lista potenzialmente infinita.
Il punteggio che troverete è stato stabilito sulla base dei vostri commenti al post precedente assegnando 1 punto ad ogni libro segnalato come non letto (cioè mai preso in mano, mai scorso, non ancora considerato nel proprio percorso per svariati motivi tutti legittimi) e invece 2 punti ad ogni libro letto ma abbandonato (cioè un classico che ha un punto di demerito in più perché un conto è che un lettore non lo abbia mai preso in mano ma più grave a mio avviso è il fatto di averlo preso in mano e non averlo digerito a tal punto da abbandonarlo, questo vuol dire che questo classico ha provocato sul lettore l’esatto opposto del sentimento che dovrebbero provocare i classici: avvicinare alla lettura). Infine dalla lista, dopo la top ten, troverete i libri che hanno ricevuto punteggi inferiori fino al punteggio minimo di 2 punti. Si è deciso di non considerare per il momento tutti quei “classici” segnalati una sola volta come non letti e di fermare i punteggi sui classici segnalati si una sola volta ma come letti e abbandonati, anche qui per dare un minimo confine all’indagine.
Ora vi lascio alla top ten dei classici che fingiamo di aver letto, al termine della quale si comincia a ragionare su alcuni aspetti che hanno a che vedere con l’eventuale ridefinizione di un canone dei classici. Non mancano le sorprese nella classifica, e nemmeno le conferme che già sospettavate pur essendovi sempre sentiti soli …
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Una faccia cagnazza: per una fisiognomica del Gadda milanese


Si parla sempre meno di Gadda. I suoi libri affiorano con pericolosa frequenza tra gli almanacchi e i ricettari dei bibliofili di Corso Magenta, che con pietas ambrosiana collezionano cataste di cultura e frivoli annali di una tipografia sprofondata—carabattole pazientemente sottratte a un decennio di stolido paternalismo leghista. La «linea lombarda» di Dante Isella, che a Gadda s’ispira, non resiste se non per le glosse sui salons milanesi, poesie dialettali e descrizioni di paesi di campagna (entrambe non sono, però, che studi preliminari alle scene dei capolavori a venire), qualche pagina di Manzoni e poche altre cose. Non resiste, la filologia letteraria di Isella, perché le manca l’elemento vegetale: non l’università, s’intende, ma le letture ginnasiali, le loro défaillances de la mémoire, la loro mirabile e massonica connivenza col dolore, lo slancio e la spossatezza di voli pindarici tra rilegature in marocchino rosso; e allora la «linea» di Isella sopravvive solo nel mimetismo del curioso, nella passione disciplinata per la flora lombarda.

Il vero lettore di Gadda è sempre in stato di allerta. Egli trova nel suo stile, in quanto balzo improvviso dell’osservatore spaventato da una presenza estranea, una battaglia morale per la sopravvivenza che l’opera dei maggiori ambientava nel fogliame fitto della società, e che Carlo Emilio lascia volutamente cadere nella graticola del Cinquecento spagnolo a Milano, nei muschi storico-materialistici dei Giardini Pubblici vicino alla Via Palestro, nelle pantegane pettinate dagli orribili meandri del Lambro. Leggi l’articolo completo

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“Diari newyorkesi” (rubrica di poesie e prose su New York): Il ‘ritorno’ di Anna Ruotolo

Anna Ruotolo prova una delicata sensazione di nostalgia per New York già prima di abbandonarla. Mentre ancora la sta attraversando, sa che presto la perderà. Le poesie che nascono da questo viaggio sono, dunque, segnate non tanto dall’estasi della scoperta, ma da un velato smarrimento causato proprio dalla consapevolezza della breve bellezza di quei momenti esplorativi che ‘nascondono’ in sé l’imminente ritorno. La poetessa è ‘dislocata’ e in questi testi legge la città come il luogo che inaspettatamente ha messo in crisi il significato profondo del verbo “tornare”.

Alessandro Polcri

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I classici che fingiamo di aver letto, la nostra top ten

Kansas city public library

Vi propongo un gioco.
Il gioco è divertimento, ma spesso è anche utile per scoprire aspetti di se e degli altri che hanno a che vedere con la condivisione e la reciprocità. Il gioco è socialità anche. E quindi giochiamo assieme.
Non so voi ma a me capita spesso di pensare ai lettori: a chi siamo, a cosa cerchiamo, a come ci muoviamo, a quanti siamo rimasti in Italia verrebbe da dire talvolta, visti anche gli ultimi dati diffusi dall’Istat che parlano di un’emorragia di lettori (ma c’è speranza perché i giovani leggono più di prima e più degli adulti sembra). Quello che noi leggiamo dovrebbe influenzare il mercato dell’editoria e le pubblicazioni ma da tempo sono convinto che questo, purtroppo, non sia vero. Per non parlare dei lettori  “invisibili” che frequentano le biblioteche e leggono, grazie al meritorio lavoro di bibliotecari indefessi, libri che altrimenti non riuscirebbero a leggere per vari motivi, libri che certo non sono tenuti in considerazione dai produttori di libri quando ci sciorinano i loro dati e le loro classifiche di libri, dati che parlano di libri venduti e non di libri letti.
Ma il gioco che ho in mente riguarda un aspetto contiguo a queste considerazioni di cui spesso abbiamo parlato. Come scrivevo proprio qui poco tempo fa la letteratura è oggi una cosa assai complessa e a volte indefinibile, motivo per cui c’è bisogno di continue messe a fuoco che ci aiutino a destreggiarci tra il cicaleccio del presente, che ci aiutino a ritrovare i nostri percorsi e i nostri tempi individuali.
Uno degli aspetti della letteratura che più mi incuriosisce da sempre è la questione dei classici.
Ci sarebbe molto da dire al proposito ma oggi giochiamo solamente e vediamo se da un semplice gioco riusciremo ad estrapolare un’immagine più reale dei lettori che siamo e dei libri che abbiamo attorno.
Qualche giorno fa, veramente per caso, sono capitato su una pagina della rivista on-line Finzioni (rivista che per inciso vi consiglio di seguire perché propone interessanti prospettive di lettura consapevole). La pagina precisamente era questa e riporta nero su bianco una top 5 di classici con la dicitura “classici che fingiamo di aver letto”. Al primo posto figura nelle personale classifica dell’autrice del post Alla ricerca del tempo perduto e al quinto Moby Dick, e ciò mi ha provocato un sussulto riportandomi a certe domande che da tempo mi faccio sulla mappatura dei lettori di questo paese.
Quello che ho pensato è di continuare ed estendere qui il personale outing fatto dall’autrice di quella top 5, di scrivere anche noi i classici che fingiamo di aver letto, liberamente, anzi, se volete considerare classici anche libri solo famosi anche dell’ultima parte del ‘900 fate pure, il senso della scoperta non cambierà di molto. Credo che se raggiungeremo un buon campione statistico, tale da permetterci un prossimo post ad aprile che renda conto della top ten dei classici che fingiamo di aver letto, la cosa potrebbe essere utile a tutti, sia per rivedere magari certe posizioni di ognuno su certi libri, sia per stabilire se taluni classici che pensiamo siano classici hanno a tutt’oggi dei lettori o fungono solo da bellavista nelle librerie di casa, magari perché ereditati.
E’ importante che in questa compilazione in cui ci cimentiamo siano nominati solo e unicamente titoli di libri e non, ad esempio, commenti tipo non ho letto nulla di Hemingway, altrimenti non potremmo stilare una classifica di libri attendibile. E sono naturalmente ben accette le vostre motivazioni e riflessioni sul vostro outing, se le volete condividere con noi.
Per dovere di ospitalità naturalmente comincerò io, scrivendo quello che non ho ancora letto e magari proponendo un paio di testi che ho letto e che secondo me leggono in pochissimi pur essendo dei classici riconosciuti. Vi prego di tenere conto che sia io che altri probabilmente dimenticheremo dei libri e quindi diciamo che nomineremo i primi che ci vengono in mente.
Comincerò con il dire la mia sulla top five da cui siamo partiti grazie alla rivista Finzioni.
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